Sono le ore : 08:59 (am)
Del giorno : 11/12/2018

Abbiamo 9 visitatori e nessun utente online

Il dolore e la sofferenza: aspetti etici e bioetici

Raffaele Sinno.



Esercitare la medicina vuol dire ricostruire l’unità dell’uomo, ferita dalle malattie e dalla sofferenza.  (Pierluigi  Fra Marchesi).

Questa riflessione si pone l’obiettivo di indagare un complesso rapporto tra il dolore, quale epifenomeno biofisico- molecolare, e la sofferenza che ne rappresenta il corrispettivo intellettivo, volitivo e spirituale. Tale ovvia e semplicistica differenziazione non coglie a pieno una relazione complessa e stratificata, che impegna sia la ricerca biologica sia quella di ordine etico e bioetico. Un primo argomento di riflessione riguarda la multidimensionalità della sofferenza e i suoi sviluppi antropologici e sociali. I recenti dati dell’aumento del suicidio, nei paesi in via di sviluppo, riaprono un confronto tra chi sostiene che alla base della sofferenza vi siano fattori predisponenti sociali e umani, e chi ne afferma la predisposizione genetica soggettiva.  Il classico modello di scissione tra cause secondarie che provocano una risposta neurocettiva agli stimoli algogeni, e cause primarie legate ai cofattori esterni o ambientali, non trova più ragione di sussistere, poiché l’esistenza non è una pura rielaborazione dell’ambiente nel proprio mondo soggettivo (umwelt). Il superamento delle teorie dualistiche, che tenevano separati i piani di recezione biologica molecolare, da quelli di rielaborazione dei centri corticali del dolore, non ha prodotto sino ad ora una teoria unitaria su tale questione. La ragione, nonostante gli sforzi immani dell’EMB (medicina basata sull’evidenza) di proporre protocolli conoscitivi di questo rapporto, consiste nel fatto che lo stesso dolore fisico può essere misurato e catalogato, tuttavia è un evento personale che viene a far parte del protocollo umano, nel quale ogni singola persona rielabora secondo le sue esigenze e possibilità. Dovremmo rinunciare dunque a trovare una spiegazione a tal evento, che per molti autori ha rappresentato forse il nostro salto sulla scala filogenetica dell’evoluzione? Per evitare di cadere nell’errore del continuo fallibilismo bisogna riavviare una ricerca congiunta sia scientifica sia etica del dolore e della sofferenza umana. Si tratta di erodere quell’idea oramai stratificata nelle persone di una semplice linearità, e di un determinismo meccanicistico di risposte, che la big Science ha diffuso nell’uomo postmoderno.  All’equazione tale dolore, tale sofferenza, si deve sostituire un nuovo livello polidimensionale nel quale ogni dolore e sofferenza umana è di per sé: sensibile/ intellegibile/ emotivo/ integrale.
La ricerca scientifica ha il compito di integrare le esperienze umane e i suoi valori in un sistema oggettivo, senza la presunzione di potere spiegare tutta la realtà di una persona la quale si relaziona come prospettiva vitale e contemporaneamente biografica. In questo periodo assistiamo a notevoli progressi del trattamento farmacologico del dolore e della sofferenza, tuttavia è sempre più necessaria una cooperazione multidisciplinare, poiché le risposte risentono della condizione psicofisica di quella persona umana, in quel particolare contesto, con la sua storia umana, etica, spirituale. Il dolore e la sofferenza narrano il terreno nel quale la scienza e l’etica troveranno ampi spazi di comunicazione, perché nel futuro si porrà maggiore attenzione alle esigenze della persona umana, ai suoi bisogni, alla possibilità di narrare quel tipo di benessere. Per tali presupposti, il dolore e la sofferenza proiettano le preoccupazioni umane verso l’orizzonte del senso della propria presenza, e del significato  proprio dell’agire. L’uomo, come sosteneva Popper, non è solo corpo, né soltanto psiche, ma è " mondo 3 ", ossia al piano della percezione e della valutazione psichica ed emozionale, bisogna addizionare il mondo dei valori, degli ideali, e delle credenze, ossia quello dell’esistenza. Per comprendere il significato operativo del dolore e della sofferenza dobbiamo abbandonare i pregiudizi omnicomprensivi, e assicurare una presenza che sia davvero articolata: competente, assicurativa, legittima. Competente sia sotto il versante scientifico che relazionale, assicurativa che faccia comprendere con il nostro operato che la persona è salvaguardata dal divenire terreno di confronto tra tesi contrapposte, inoltre sia legittima nel senso che avvalori la dignità dell’essere umano, una dignità che si assicura con una lotta culturale e umana contro la sofferenza. Per noi cristiani la sofferenza infine rappresenta un valore salvifico non doloristico, come ricorda P. Benedetto XVI in Caritas in veritate, il suo antidoto è un supplemento dell’anima, un proiettare e realizzare in  definitiva un’esistenza per la salvezza e nella salvezza.



Contatore per sito