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Del giorno : 11/12/2018

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Il relativismo etico: una riflessione bioetica.

Raffaele Sinno.



Le società contemporanee attraversano una profonda crisi dovuta a una difficile congiuntura economica e politica che trova diverse motivazioni di ordine fondativo, tra cui spicca una perdita del senso valoriale dell’agire umano. In tale contesto storico-culturale l’uomo postmoderno ha radicalmente confuso, e sovvertito, l’idea del pluralismo inteso come espressione emergente di libertà, separandolo dalla ricerca di una verità possibile e condivisa. Tale scissione ha determinato una progressiva decadenza etica che ha amplificato, e sostenuto, la logica applicativa del relativismo morale. Il dibattito bioetico su tale tema è stato caratterizzato dal confronto tra i sostenitori del relativismo etico e chi ne ha evidenziati i limiti. I primi affermano che non sia possibile giungere a conclusioni condivisibili, vista la variabilità e spesso l’inconciliabilità delle differenti posizioni etiche. I secondi al contrario fanno emergere la presenza di un comune orientamento nei riguardi dei principi etici universali, quali la difesa intangibile della vita, la sua dignità relazionale e il bene comune.
Tra le innumerevoli definizioni la più adatta per intraprendere una discussione in merito a tale argomento è la seguente: "Si definisce relativismo ogni concezione la quale non ammette principi assoluti, né nell’ambito della conoscenza, né nell’ordine morale, e mette in discussione le possibilità di giungere a una definizione assoluta di verità". Una prima riflessione consiste nel ritenere improbabile ogni conoscenza se si rimane ancorati a un’esclusiva indagine di tipo empirista, assecondando la nota legge di Hume, secondo cui dai fatti non si possono desumere i valori. Tale tesi è stata ampiamente smentita grazie all’indagine della tecnoscienza, che ha dimostrato come ogni particolare esperienza è sempre in relazione ad una valutazione di scelta etica. In conseguenza di ciò, ogni ricerca conoscitiva è sempre una tensione verso l’acquisizione di un continuo progresso, non solo dei dati da accumulare o verificare, piuttosto per le leggi oggettive che si possono desumere. Per tale motivo la vita non è un semplice contenitore di particolari esperienze o sensazioni, né una semplice reazione a stimoli esogeni o endogeni, essa costituisce un’esigenza irrinunciabile, una continua chiamata al superamento del puro egoismo sensibile, una ricerca che va oltre la minima libertà d’eguaglianza.
Il reale pericolo del relativismo non consiste nel proporre il suo limitato orizzonte speculativo, ma nel concepire un pessimismo strutturale, la trasformazione da una vita senza riferimento a valori oggettivi, a un’esistenza priva di qualsiasi valore. Per tale ragione, la minaccia del relativismo non è più esclusivamente di ordine culturale, oppure di contrasto storico tra le diverse posizioni d’indagine filosofica. Nei nostri tempi assistiamo a un ampliamento del relativismo nelle sue tre forme applicative: il livello culturale, quello di ordine sociale, e negli sviluppi politici di gestione. Il relativismo culturale fa la sua comparsa nello studio della moderna antropologia contemporanea. Diversi specialisti nordamericani, come Franz Boas e Melville Jean Herskovits, hanno sostenuto che la particolarità di ogni cultura non consente di potere desumere che vi sia nulla di universale. Questa visione è criticabile per due motivi: il primo è che ogni comunità, pur nelle sue diversità, presenta dei caratteri speculari etici, ossia il rapporto dell’uomo con se stesso, le regole del vivere sociale, la distinzione netta tra ciò che è bene in sé, e ciò che è male di per sé. Il secondo aspetto è di tipo logico, vale a dire l’estremizzazione del relativismo conduce a una sua negazione. L’asserzione, infatti, che ogni cosa sia relativa diventa in se stessa una pretesa assoluta.  La seconda forma di relativismo è quella di tipo sociale, dove si sancisce la dissoluzione dei principi della legge naturale, con una disarticolazione tra quello che è desiderabile, e ciò che è attuabile. Queste due forme sfociano nel relativismo politico ed economico, in cui l’uomo si trasforma in mezzo da manipolare, smarrendo il senso della sua presenza nell’universo.
Per porre freno a queste derive è fondamentale edificare modelli formativi che puntino all’originalità del bene comune, perché è indispensabile ricercare una verità che facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consenta di protrarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche, e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose.



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